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Rudolf Maria Breithaupt
(Braunschweig, 1873 – Ballenstedt/Harz, 1945)

"Dopo aver conseguito il diploma di maturità a Braunschweig, studiò inizialmente giurisprudenza a Jena, Lipsia e Berlino; dal 1897 studiò musica al Conservatorio di Lipsia con O. Paul, S. Jadassohn, R. Teichmüller, nonché musica all’Università di Lipsia con Riemann e Kretzschmar. Dopo aver concluso gli studi a Lipsia, dal 1900 al 1902 lavorò come critico musicale a Dresda e a Vienna. Nel 1903 si trasferì a Berlino, dove suscitò grande scalpore con i suoi saggi e le sue critiche musicali sui pianisti contemporanei. Breithaupt si dedicò alla didattica pianistica, nel 1918 fu nominato direttore delle classi di pianoforte del Conservatorio Stern [di Berlino], poi diventato Conservatorio Municipale, dove insegnò fino al 1945. Dopo i bombardamenti, nel 1943 si trasferì a Ballenstedt.

Nella sua opera principale Die natürliche Klaviertechnik, destinata a rivoluzionare l’intero panorama della didattica pianistica, Breithaupt raccolse i nuovi spunti provenienti da Ludwig Deppe (1828-1890) e dalla cerchia dei suoi allievi, composta da Toni Bandmann (1848-1907), Elisabeth Caland (1862-1929), Frederick Horace Clark (1860-1917), Amy Fay, H. Klose e il medico Friedrich Adolf Steinhausen (1859-1910), ampliandoli con le proprie osservazioni e studi, per i quali la tecnica di Teresa Carreno (1853-1917) fu determinante. L'opera fu accolta con tale entusiasmo dalla giovane generazione che già nell'anno della sua pubblicazione (1905) dovette essere ristampata. In essa Breithaupt attaccò con veemenza la rigida pedagogia pianistica dell’epoca, si oppose al metodo di insegnamento che prevedeva l’allenamento isolato delle mani e delle dita e spiegò i presupposti psico-fisici che conducono a sequenze di movimento naturali (coinvolgimento dell’intero organismo nell’attività esecutiva, attività passiva delle dita sfruttando la forza di gravità del braccio, movimenti rotatori e oscillatori dell’avambraccio e del braccio)". [1]

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Il concetto di tecnica naturale, che richiese a Breithaupt uno sforzo impressionante nella redazione del I Volume (804 pagine nella terza edizione, pubblicata nel 1912) per essere studiato e descritto in tutte le sue declinazioni, divenne presto "uno slogan utilizzato anche da coloro che non ebbero mai tale testo tra le mani, conoscendolo solo in una forma molto indiretta". [2] Molte delle adesioni alle sue tesi, ma soprattutto la maggior parte delle critiche, derivavano quindi da una lettura parziale dell'opera, o nelle due traduzioni disponibili in inglese e francese del II Volume (basate a loro volta su un'edizione che successivamente l'autore modificò sostanzialmente).

Alla prima difficoltà relativa alla mole dell'opera (nella versione integrale e definitiva solo in lingua tedesca), si aggiunge quella delle continue revisioni che l'autore fece delle sue teorie, smussando, correggendo o rivedendo le tesi (nonché correggendo alcuni disegni scorretti dal punto di vista anatomico) in un arco temporale che va dal 1905 al 1922.

Ferruccio Busoni recensì il I volume nel 1905, sulla rivista Die Musik:

"Diversamente dagli altri libri sul modo di suonare il pianoforte, questo di Breithaupt presenta la caratteristica di fondare la teoria della tecnica su due specifici concetti: il pensiero ordinatore e l'obbedienza infallibile a due leggi della natura, che sono quelle delle funzioni armoniche e dell'inerzia, o gravità (sic). [...]

Tutto quello che Breithaupt dice a proposito delle ottave, dei trilli, della diteggiatura, della produzione del suono, del pedale, dell'interpretazione e del senso stilistico rivela un pensiero corretto ed attento e la capacità di esporre con chiarezza. Per citare solo alcuni esempi: l'idea secondo la quale, prima di suonare, l''immagine' di un passaggio debba trovarsi ben definita nel cervello ed essere idealmente 'visualizzata' nella tastiera; il fatto che la mano debba contenere in potenza il disegno del passaggio (alla stessa maniera in cui il fuoco d'artificio contiene l'arabesco pirotecnico che è sul punto di produrre); che suonare il pianoforte è, nel complesso, caduta e non sollevamento di pesi: tutte queste sono verità che collimano perfettamente con le mie esperienze e di esse mi faccio garante". [3]

Claudio Arrau, grande sostenitore di un pianismo libero dalle tensioni superflue, sia nella fase di studio che in quella della performance, ricorda Breithaupt parlando di tecnica pianistica nel libro-intervista con Joseph Horowitz: [4]⁴

"Horowitz.: Un'ultima domanda sulla tecnica. Attraverso le sue parole, lei ci ha fatto sapere che mentre Krause le ha sempre raccomandato di rilassarsi, molti degli accorgimenti che sono propri del suo pianismo lei non li ha appresi da lui. Quando e come li ha elaborati?

Arrau.: Ho acquistato consapevolezza di tutto questo molto tempo dopo la morte di Krause. In un primo tempo ho suonato senza pensare alla tecnica, perché la possedevo come dono naturale. Dopo, ho deciso che fosse giusto essere coscienti del modo con cui suonavo. Quando ho montato uno specchio vicino al mio pianoforte avevo 18-19 anni; così ho cominciato a notare la rotazione, l'oscillazione, l'uso del peso e del braccio e così via.

H.: Oggi non c'è una generale consapevolezza dell'importanza del peso naturale del corpo come componente della tecnica pianistica?

A.: Sì, ma il fatto è che oggi non conosco nessuno che suoni servendosi di questo peso naturale. Nessuno, eccetto quelli del nostro gruppo. Uno dei primi a scrivere su questi problemi è stato Rudolf Breithaupt, che ha insegnato al Conservatorio Stern di Berlino. Ricordo che una volta mi ha chiesto di suonare per lui e mentre suonavo diceva: "Sì, sì, sì! Proprio così!" [ridendo]. I suoi libri sono stati molto letti per almeno vent'anni, ma sembra che nessuno se li ricordi. Nel suo insegnamento c'era però una grossa manchevolezza: egli insegnava a usare il peso del braccio, ma i suoi allievi non sviluppavano per niente la tecnica delle dita. Non la Carreño, è ovvio: lei era la migliore. Breithaupt trascurava completamente lo sviluppo dei muscoli delle dita.

H.: Quando lei afferma di non vedere nessuno servirsi oggi del peso naturale, pensa ai pianisti del passato che lo facevano?

A.: C'era sempre la Carreño, che suonava in modo idealmente naturale. Ha studiato con Breithaupt quando aveva, credo, sui 45 anni. Prima suonava alla francese: jeu perlé e mano rigida, senza potenza. Poi ha cambiato completamente. Ricordo la Carreño come un perfetto esempio di tecnica che sfruttava il peso naturale del corpo.

A Teresa Carreño è dedicato il I volume dell'opera Die natürliche Klaviertechnik: Handbuch der modernen Methodik und Spielpraxis.

Fonti:

1. Elisabeth Schmierer, Kurt Johnen, Breithaupt, Rudolf, in Die Musik in Geschichte und Gegenwart : allgemeine Enzyklopädie der Musik, Zweite, neubearbeitete Ausgabe, herausgegeben von Ludwig Finscher, Personenteil 3pp. 813-814

2. Luca Chiantore, Storia della tecnica pianistica. Prassi, repertorio, gestualità, trad. it. di Francesco Pareti, Libreria Musicale Italiana, Lucca, 2023, p. 687.

3. Ferruccio Busoni, Rudolf M. Breithaupt: "Die natürliche Klaviertechnik", in "Die Musik", IV/22 1905, p. 281, cit. in. Luca Chiantore, Storia della tecnica pianistica. Prassi, repertorio, gestualità, trad. it. di Francesco Pareti, op. cit., p. 688-689.

​4. Joseph Horowitz, Conversazioni con Arrau, trad.it di Ettore Napoli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1984, pp. 110-111


 

Die natürliche Klaviertechnik

  1. Handbuch der modernen Methodik und Spielpraxis [Manuale della moderna metodologia e della pratica dell'esecuzione] (titolo definitivo)

    • 1a edizione: 1905, con il titolo "Handbuch der pianistischen Praxis"

    • 2a edizione: 1905, con l'aggiunta di oltre cento pagine

    • 3a edizione: 1912, completa revisione con l'aggiunta di una consistente bibliografia

    • 4a edizione: 1921, come la precedente, ma con bibliografia sintetizzata

    • 5a edizione: 1927, nessun cambiamento

  2. Die Grundlagen des Gewichtspiels​ [I fondamenti dell'esecuzione con peso]

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